Il libro

Editore: Italic
Collana: Pequod
Pagine: 173
Formato: brossura
Edizione: 30 marzo 2017
ISBN: 9788869740466

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Uno stralcio del cap. 50 (Rocco, 35. Anna, 52)

Il telefono squilla, Anna risponde e poi grida, Noo!, io raccolgo il ricevitore che ha abbandonato per mettersi le mani nei capelli e dico, Pronto, e dall’altra parte c’è un medico che dice, Mi dispiace, e poi prendiamo la macchina e per strada Anna telefona a suo fratello, e dal modo come gli rivolge la parola suo fratello capisce cos’è successo, e poi nessuno dei due sa più cosa dire, ma intanto i bambini hanno capito tutto e piangono a dirotto, quando arriviamo Anna va dritta in camera da letto e con quelle sue docili ma indomabili mani si mette a carezzare la madre dicendo, Mamma!, e questa parola, che è la prima ad uscire dalla nostra bocca e spesso anche l’ultima, lei la ripete continuamente, con un’espressione così sconsolata che mai le ho visto in faccia prima d’ora, mentre le arriva, ma come da lontano, la voce della badante che dice tra le lacrime, Credi Anna, nonna è svegliata, mi ha detto se quando apre negozio vado a prendere sigarette, e poi, intanto che mangia caffèlatte guarda me con occhi fissi e poi cade giù, io subito chiamo, Nonna! Ti prego! Sveglia, nonna!, corro in bagno e le butto acqua fredda su viso ma lei non risponde, allora io chiamato dottore, Anna credo non afferri una sola parola, ha lo sguardo perso di una bambina che dice, Mamma?, quando il treno s’è già portato via sua madre, una bambina che di fronte ai binari guarda a destra e a sinistra per vedere se il treno è fermo al primo semaforo, e poi decide di tirare per la manica il capostazione e chiedergli se può far qualcosa lui, ma quando l’altro scrolla la testa d’un tratto le lacrime le salgono agli occhi, perché questa cosa era già successa con suo padre, anni prima, e se ne ricorda solo adesso, di quel treno con suo padre sopra che non è più tornato, ma allora c’era sua madre con lei, mentre ora non c’è più,

A proposito di Faulkner

Ciao a tutti! Nell’intervista all’autore dicevo che Faulkner e Nabokov avrebbero meritato una pagina a parte, e quindi eccomi qui a parlare del primo dei due, William Faulkner. Premetto che ci ho messo degli anni ad affrontarlo: mi sembrava un mostro sacro, inavvicinabile quanto un Proust o un Joyce. Sicuramente avere un bagaglio di buone letture alle spalle aiuta, e non poco. Poi, come per tutti gli autori, deve scattare qualcosa. Di Faulkner parlava Borges, Pavese ne aveva tradotto The Hamlet – Il borgo, e poi l’autore aveva trascorso un periodo in Europa, essendone contaminato ma non troppo, quindi aveva ricevuto il Nobel per la letteratura – che si dà, a quel che mi sembra di capire, per il valore umanitario più che letterario di uno scrittore -. Avevo letto tre suoi raccontini, raccolti in Una rosa per Emily, ma non era scattato niente. Quindi avevo letto Lettere a un aspirante romanziere di Llosa, libro che indicava Mentre morivo di Faulkner come esempio di capacità di scrivere a più voci, e da differenti punti di vista. E quindi mi sono tuffato in questa lettura, ma ancora niente. è stato solo leggendo L’urlo e il furore che sono rimasto folgorato. Questa è una parte dell’introduzione al libro scritta dall’autore:

An Introduction to The Sound and the Fury – Oxford. 19 August, 1933. [Mississippi Quarterly 26 (Summer 1973): 410-415]

Quando cominciai L’urlo e il furore non avevo piani precisi. Non stavo nemmeno scrivendo un libro. In precedenza avevo scritto tre romanzi, con sempre meno facilità, piacere o ricompensa e guadagno. Il terzo lo offrii a destra e a manca per tre anni durante i quali lo portai di editore in editore con una sorta di testarda e sempre più debole speranza di giustificare almeno la carta usata e il tempo impiegato per scriverlo. Immagino che a un certo punto la speranza sia morta, perché un giorno fu come se una porta si fosse chiusa in silenzio e per sempre tra me e tutti gli indirizzi e i programmi dei miei editori e dissi a me stesso: Ora posso scrivere. Ora posso davvero scrivere. Al che, io che avevo tre fratelli e nemmeno una sorella, destinato a perdere la mia prima figlia ancora piccola, iniziai a scrivere di una ragazzina.
Al momento non capii che stavo cercando di fabbricare la sorella che non avevo e la figlia che avrei perso, benché la prima si potesse intuire nel dettaglio che Caddy aveva tre fratelli forse ancor prima che scrivessi il suo nome su un foglio. Iniziai a scrivere di un fratello e una sorella che giocano a schizzarsi d’acqua in un ruscello e la sorella cadeva e si infradiciava i vestiti e il fratellino piangeva, temendo che la sorella fosse spaventata o magari ferita. O forse sapeva che il bambino era lui e che lei avrebbe disertato qualunque battaglia d’acqua per rassicurarlo. Quando lei lo fece, quando lei abbandonò la battaglia d’acqua e si chinò su di lui con i vestiti fradici, fu come se l’intera storia, che nella prima parte è tutta raccontata da quello stesso bambino, esplodesse sul foglio davanti a me.
Vidi il quieto baluginare del ramo che sarebbe diventato il cupo e aspro scorrere del tempo spazzarla fin dove non sarebbe potuta tornare ad aiutarlo, ma quella separazione, divisione netta, non era abbastanza, non era lontana abbastanza. Doveva spazzarla fino al disonore e alla vergogna. E che Benjy non avrebbe mai dovuto crescere dopo quel momento; che per lui tutta la conoscenza doveva iniziare e finire con quella figura bagnata, fiera, ansimante, incerta e bloccata che profumava di alberi. Che non sarebbe mai cresciuto abbastanza da alleviare il dolore della privazione luttuosa con la comprensione e il successivo lenimento della rabbia come nel caso di Jason, e dell’oblio come nel caso di Quentin.
Vidi che li avevano mandati a trascorrere il pomeriggio al pascolo per allontanarli da casa durante il funerale della nonna così che i tre fratelli e i bambini negri potessero sbirciare il sedere infangato delle mutande di Caddy mentre scalava l’albero per sbirciare il funerale dalla finestra, senza tuttavia afferrare la simbologia delle mutande macchiate, perché di nuovo il suo coraggio era quello che più tardi avrebbe affrontato con onore la vergogna che stava per generare, che Quentin e Jason non avrebbero saputo affrontare: il primo rifugiandosi nel suicidio, l’altro in una rabbia vendicatrice che lo spingeva a derubare la nipote bastarda delle misere somme che Caddy le spediva. Perché ero già arrivato alla notte e alla stanza da letto e a Disley che con le mutande sporche di fango strofina il didietro nudo della sciagurata ragazzina – che cerca di mondare dei suoi miseri residui di sporco quel corpo, carne, la cui vergogna essi simboleggiano e profetizzano, come se già riuscisse a vedere il futuro buio e la parte che vi reciterà nel tentativo di tenere assieme quella casa pericolante.
A quel punto la storia era completa, finita. Toccava a Disley essere il futuro, svettare sulle rovine crollate della famiglia come il rudere di un camino, desolato, paziente e indomito; e a Benjy essere il passato. Egli doveva essere un idiota in modo tale che, come Disley, egli potesse essere impenetrabile al futuro, benché, diversamente da lei, rifiutando di accettarlo completamente. Senza coscienza o comprensione; informe, neutro, come qualcosa di cieco e muto il quale possa essere vissuto, esistito meramente grazie alla sua capacità di soffrire, fin dalla nascita; mezzo fluido, brancolante: un pallido e indifeso ammasso di tutta l’agonia irragionevole sotto il sole, ormai troppo in ritardo per salvare ciò che poteva portare con sé nottetempo, quel tenace, coraggioso essere che era con lui, ma un tocco e un suono che può essere sentito a ogni buca del golf e un profumo simile agli alberi, dentro alle chiare e lente forme del sonno.
La storia è tutta qui, nella prima sezione, così come Benjy l’ha raccontata. Non ho provato deliberatamente a renderla oscura; quando mi sono reso conto che la storia poteva essere pubblicata, ho aggiunto altre tre sezioni, tutte più lunghe di quella di Benjy, per tentare di giustificarla. Ma quando ho scritto la sezione di Benjy, non la stavo scrivendo perché fosse pubblicata. Se dovessi riscriverla adesso, lo farei diversamente, poiché la scrittura di per se stessa mi ha insegnato come scrivere e come leggere, e ancora di più: mi ha insegnato quello che avevo già letto, poiché nel portarla a termine io ho scoperto, in una serie di ripercussioni simili al tuono d’estate, i Flaubert e i Conrad e i Turgenev che dieci anni prima io avevo consumati interi e senza assimilarli affatto, come una falena o una capra. Io non avevo letto niente fino ad allora; non ero obbligato a farlo. Io avevo imparato una sola cosa sulla scrittura. Questo, che l’emozione fisica e definita e tuttavia nebulosa da descrivere che la scrittura della sezione di Benjy di L’urlo e il furore mi aveva dato – l’estasi, la fede impaziente e gioiosa e il presagio della sorpresa che i fogli ancora intonsi sotto la mia mano celavano, inviolata e immancabile – non sarebbe tornata. La reticenza a cominciare, la fredda soddisfazione nel lavoro concluso bene e a fatica è lì e continuerà ad essere lì per tutto il tempo in cui io riuscirò a farlo bene. Ma quell’emozione non tornerà. Potrei non provarla mai più.
Così ho scritto le sezioni di Quentin e Jason, tentando di giustificare quella di Benjy. Tuttavia ho visto che stavo semplicemente temporeggiando; che avrei potuto andare completamente fuori strada. Mi sono reso conto che dovevano esserci delle compensazioni, che in un senso potevo poi dare un ultimo giro di vite ed estrarre qualche rettifica finale. Mi ci è voluto più di un mese per prendere una penna e scrivere «Il giorno sorgeva tagliente e freddo». Da qualche parte c’è una storia che parla di un vecchio romano che teneva accanto al letto un vaso del Tirreno che adorava e il cui bordo erose poco a poco a furia di baci. Mi ero costruito un vaso ma suppongo che sapessi dall’inizio che non avrei potuto viverci dentro per sempre, che forse fare in modo di potermi anch’io sdraiare a letto e contemplarlo era meglio; tanto più il giorno in cui fosse svanita non solo l’estasi della scrittura ma anche la disposizione e il qualcosa degno di esser letto. È bene pensare di lasciare qualcosa di noi dopo la morte, ma meglio è avere qualcosa con cui morire. Ancora meglio il sedere infangato di una piccola sciagurata che si arrampica su un pero in fiore in aprile per sbirciare dalla finestra il funerale.

Aggiungo solo che, dopo questo incantamento, ho letto tutto ciò che potevo di Faulkner. Devo ammettere che ho preferito la traduzione di Mario Materassi, per Adelphi, rispetto alle altre. Tra la versione del racconto L’orso di Materassi ne La grande Foresta e quella della Fusini in Go down, Moses mi sembra ci sia un abisso. D’altra parte Materassi è stato il suo principale traduttore. Inoltre, quando c’è in ballo un autore di questa portata, i grandi editori fanno a gara per prenderne i diritti di edizione o di traduzione. Il romanzo più bello dopo L’urlo e il furore? Assalonne, Assalonne!, almeno per quel che mi riguarda. Buona giornata e buone letture,

Uno stralcio del Cap. 30 ( Rocco, 24. Anna, 41)

La pioggia comincia a cadere, i passanti si rifugiano sotto i portici, mogli che trattengono i mariti davanti alle vetrine, bimbi che corrono, madri che gridano, Attenti!, e io, che da anni rifiuto di uscire con l’ombrello, avendolo perduto innumerevoli volte, e poi perché godo di quella prima pioggerellina sulla pelle, da bambino con la testa all’insù, gli occhi chiusi e le braccia spalancate prendevo questa benedizione dal cielo, e così faccio stasera, che m’importa di cosa penseranno di me?, loro non sanno, non potranno mai sapere quanto sono felice, mai indovineranno sulla mia bocca cantilenante infantili filastrocche la follia che l’ha presa, mai vi intenderanno la gratitudine che provo per questo cielo novembrino che sfiora la terra col suo delicato plic ploc di gocce sempre più grandi, che forse smetteranno di cadere, forse arriveranno a formare delle pozze, io per allora non so bene quale strada avrò imboccato, forse quella della vecchia filanda, giù fino alla sponda del fiume, a vedere un ultimo airone volar via, o forse avrò attraversato il centro e me ne starò a canticchiare con appena un filo di voce di fronte al primo binario della stazione, come se aspettassi un treno che mi porti via, in realtà lasciandomi cullare dalla campanella che, annunciando l’arrivo d’un convoglio, fa da sottofondo a un blues molto più articolato e festante, che mi risuonerà in testa mio malgrado, perché oggi è il giorno più bello e più impensabile della mia vita,

Uno stralcio del cap. 17 (Anna, 35. Rocco, 18)

Rimango interdetta, lì per lì. « Ha chiuso con l’altra », penso un istante dopo, mentre tento di dissimulare il sorriso che m’affiora alle labbra. Ho dimenticato ciò che chiunque mi voglia bene mi ha detto, fino al giorno prima: – È stata una fortuna che lui se ne sia andato! –, – Un uomo così è meglio perderlo che trovarlo! – , – Invece che piangere, dovresti accendere un cero, in chiesa! – Ho scordato le lacrime che il bambino tentava di consolare coi suoi oggetti volanti, le tristi lavatrici fatte al posto di quell’altra, i proponimenti di non dargli l’ennesima possibilità. Niente di tutto ciò ha più importanza adesso che, come ho sempre creduto, voluto credere, o sperato, lui è tornato da me.
Sono stata premiata per avergli dato corda e averlo lasciato navigare fino a laggiù, dove non potevo più vederlo, in mare aperto, perché sapevo, in cuor mio, che la forza delle correnti, un vento così forte da strappare le vele o una rotta mal calcolata l’avrebbero presto o tardi riportato indietro. Cosa ne faremo, ora, di questa imbarcazione che l’ha tenuto lontano per quasi due anni?
Rimarrà qui, a riempirsi di salsedine; il turchese dello scafo sbiadirà a poco a poco sotto gli implacabili raggi del sole, il nome di donna scritto a prua scolorirà anch’esso, fino a diventare indecifrabile, mentre noi cammineremo insieme sulla terraferma, io, mio figlio, e quel che è rimasto di questo marinaio che si credeva un tenente di vascello pur non avendo mai avuto i gradi sulle spalline; questo esploratore di terre da lui stesso inventate; questo sognatore incapace di remare quando non ha il vento in poppa.

Uno stralcio del cap. 14 (Rocco, 17. Anna, 34)

Sono steso sulla barella dell’autolettiga, la testa mi gira. I due sul sedile anteriore rispondono alla radio – Qui bravo sei, – , e io ripiombo nel sonno. E la sirena, è accesa? Forse. Poi sono qui, in questo letto, e vengono a farmi le punture. Affondano l’ago, iniettano un liquido e io li lascio fare. Ho due sponde, che uso per tirarmi su. Mi tiro su e poi mi lascio cadere giù. Poi le tolgono e qualcuno mi dice:
– Se non la fai sul pappagallo, ti mettono il catetere un’altra volta!
Questo catetere non so cosa sia, ma dal modo come me lo dicono immagino sia uno strumento di tortura, perciò faccio ogni sforzo per chiamare: – Pappagallo! – quando mi scappa, anche se a volte la pipì arriva prima e mi sento inondare da un liquido caldo.
La voce che mi esce di bocca è metallica, come quella di un robot. I pensieri li esprimo direttamente, senza alcun filtro, ad esempio dico: – Ho fame! – appena sento muovere i piatti, anche se ho mangiato un’ora prima. Mi portano un vassoio di cannoli. Mia sorella Rania me ne dà uno e poi li nasconde nell’armadio. Io continuo a tormentarla, ripetendo: – Ancora uno… Lì dentro! – finché li mangio tutti. E poi dico: – Che bella che sei! – alla volontaria che mi porta in giro in carrozzina.
Passare dalla bici da corsa alla sedia a rotelle non è un gran che, per uno che ama le sfide come me, uno che ha fatto il Grappa su una bici a quattro rapporti e ha rotto il pedale a due chilometri dalla vetta ma in cima c’è arrivato lo stesso, uno che in pronto soccorso a farsi suturare c’è già andato un paio di volte. Il fatto è che a malapena mi reggo in piedi, per il momento. Ogni mattina viene un dottore che mi chiede – Che giorno è oggi? – e – Quanto fa uno più due più tre? E due più tre più quattro? – A volte mi punta una luce negli occhi. Oppure mi colpisce le articolazioni con un martelletto.
I miei fratelli Ruben e Ricky vengono in coppia. Uno mi mette Autosprint in mano e mi dice: – Leggi qui –. La mia voce di automa obbedisce. Le parole in inglese, quando le incontro, le pronuncio senza fare errori. I si legge ai, a si legge e, e così via. – Ok, va bene. – dice l’altro – Adesso leggi qui – e mi dà un brano di latino. Gallia est omnis divisa in partes tres, – comincio. Loro ascoltano. Ogni tanto annuiscono con la testa. «C’è speranza che abbia non dico tutte, ma gran parte delle rotelle a posto», penso, ma solo di riflesso, per il senso di sollievo che vedo dipingersi loro in volto, perché in realtà dell’incidente e della prima settimana, nella quale sarei stato in coma, non ricordo assolutamente nulla. Mi è rimasta la spiacevole sensazione di non esserci stato, questo sì.
Quando riprendo coscienza di me, infatti, mi trovo già in questo letto e, sopraffatto da un’invincibile sonnolenza, navigo più nel sogno che nella realtà; ogni tanto apro gli occhi, emetto i miei suoni robotici e poi riprendo a dormire. Un giorno mi rendo conto improvvisamente che non faccio la comunione da almeno due settimane, e me ne deriva un dolore acutissimo, non essendo mai successo a me, prima chierichetto e poi seminarista. «Potrai mai perdonarmi, per averti voltato le spalle?», chiedo al crocefisso che sta appeso di fronte a me, senza ottenere risposta.
Quando mi addormento nuovamente, sogno che l’estate finisce, le scuole stanno per ricominciare ma non mi portano in seminario dove sto dall’età di undici anni, no, rimango a casa. E ne sono felice. Un’autentica euforia si sprigiona anzi dal me stesso sognato, libero finalmente da dormitori e refettori. Il mio Super-io scalpita e freme inutilmente ai margini di quest’illusione fantastica, ma non può entrarci per alcun motivo al mondo. Il sogno, ingovernabile come una zattera alla deriva, non obbedisce ad alcun comando e, quando mi sveglio, non posso fare a meno di sentire un po’ d’amaro in bocca.
Una parte di me deve pensare che questa felicità sia soltanto rinviata, mentre l’altra parte mi ricorda l’immaginetta che staziona da quindici giorni sotto il mio cuscino, simulacro al quale dovrei la mia guarigione, e che, per aver avuta salva la vita, mi chiederebbe di dedicarla agli altri, proseguendo il cammino di seminarista. Il sogno decido infine di tenerlo per me: chi crederebbe infatti a uno che ha fatto un frontale contro un furgone lanciato a 70 chilometri orari? Per il momento ho cose più urgenti da risolvere.
Urinare per tempo nel pappagallo ad esempio, o uscire al sole d’agosto senza chiedere una coperta da mettere sulle gambe – non so perché sento tanto freddo – ; rientrare e poi dormire con la luce notturna, e domani svegliarmi e provare a fare due passi in corridoio.